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Detenuto di Poggioreale muore per covid e i cappellani della Campania chiedono l’indulto

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Il covid fa registrare il primo detenuto morto in Campania mentre di fronte all’avanzare  della pandemia delle carceri  i cappellani delle carceri della Campania scrivono al ministro Alfonso Buonafede chiedendo un indulto che liberi posti degli istituti penitenziari.

 

Il detenuto vittima del covid- come riporta Cronache di Napoli_ è deceduto al Cotugno dopo due settimane di lotta al virus. Era stato prima trasferito al Caradrelli e poi nell’ospedali dei Colli specializzato nelle malattie infettive.  Attualmente si registrano 115 detenuti positivi a Poggiorale, 62 Secondigliano 220 tra genti penitenziari e personale ausiliario. E’ risultano positivo anche Antonio Fullone, direttore del carcere di Poggioreale.

A livello nazionale ci sono 1.694 casi, 758 detenuti distribuiti in 76 penitenziari, e 936 tra agenti della polizia penitenziaria e altre persone che lavorano nelle prigioni. Numeri diffusi da Gennarino De Fazio, il segretario generale del sindacato Uilpa della polizia penitenziaria, che ha chiesto al governo  “urgenti e ulteriori misure” per “diminuire la popolazione detenuta, aumentare l’organico degli agenti, potenziare i servizi sanitari”.

Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma chiede la “liberazione anticipata”. Lo dicono anche i cappellani delle carceri della Campania dicono che scrivono una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in cui chiedono di “rivedere la sua posizione sull’indulto, che in questo momento sarebbe una misura di civiltà giuridica che porrebbe freno alla condizione inumana in cui i detenuti versano”

E poi aggiungono: “Chi era ai margini lo è ancora, e aggiunge alla sua ordinaria condizione di precarietà anche quella di un’esposizione al rischio di contagio sicuramente maggiore. Con effetti deflagranti anche dal punto di vista psicologico. Ma chi soffre di più sono i detenuti, che sono dimenticati e pagano il prezzo del venir meno di un ordine normale delle cose, di provvedimenti restrittivi che hanno acuito la sofferenza di chi è recluso, causando rivolte e morti”. Nella lettera (sottoscritta dal direttore della pastorale carceraria di Napoli don Franco Esposito, da don Alessandro Cirillo della Casa di tutela attenuata di Eboli, dai cappellani di Poggioreale don Giovanni Liccardo e padre Massimo Giglio, di Secondigliano don Giovanni Russo, di Salerno don Rosario Petrone, dal vicario episcopale della Carità della diocesi di Nola don Aniello Tortora, dal cappellano dell’ex carcere Lauro di Nola don Carlo De Angelis, oltre a padre Alex Zanotelli e numerosi magistrati ed esponenti della società civile), i firmatari- come riporta Avvenire- parlano di “un’informazione su quanto accade tra le mura delle carceri pressoché inesistente e quindi di uno stato di paura e angoscia costante”.

I cappellani della Campania invocano “la riforma dell’ordinamento penitenziario che è stata procrastinata da tutti i governi. In un momento in cui le carceri si affollano e prende corpo nella società una visione spregiudicata che tende a presentare la sanzione penale e il carcere come gli antidoti ad ogni male. Istituti penitenziari gonfi all’inverosimile, in cui, di fatto, la situazione è ingestibile”. E per questo che chiedono di “estendere a quanti più soggetti possibile la liberazione anticipata e, con la collaborazione dei Comuni, provvedere a dare un domicilio a tutte le persone detenute che ne sono prive. E’ necessario considerare con urgenza l’ipotesi di una legge sulle misure alternative, che le potenzi, le sviluppi e le favorisca. Riformando gli uffici di sorveglianza, troppo spesso lenti, anzi lentissimi. Questa lentezza – scrivono i sacerdoti – si traduce in una sostanziale violazione dei diritti dei detenuti. È necessario scarcerare chi, anche come residuo di maggior pena, si trova nella condizione di dover espiare pochi anni. Ciò favorirebbe il reinserimento nella società”.

La richiesta è, dunque, quella di un carcere più umano, in cui i colloqui non siano eliminati ma, con le dovute cautele, solo ridotti. E, nello specifico, siano istituiti presidi sanitari interni perché – è la conclusione – “non possiamo arrenderci. Non accettiamo l’idea che il principio di solidarietà debba essere espunto dal nostro contratto sociale. Crediamo in una giustizia dal volto umano”.


Articolo pubblicato il giorno 18 Novembre 2020 - 09:25



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