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Le mani dei Casalesi sull’ospedale di Caserta: chieste 14 condanne

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Si è aperto questa mattina dopo due rinvii il processo in Corte d’Appello a Napoli per le infiltrazioni del clan dei Casalesi nell’azienda ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta. Il procuratore generale ha chiesto la conferma delle pene inflitte a 14 imputati in primo grado (la Dda non ha presentato ricorso contro le assoluzioni).
Il tribunale di Santa Maria Capua Vetere in primo grado ha condannato il dirigente dell’ospedale di Caserta, Bartolomeo Festa a 10 anni e 10 mesi di carcere; Remo D’Amico a 10 anni; Elvira Zagaria (sorella del capocolan dei Casalesi Michele) ad 8 anni, l’ex sindaco di Caserta nonchè dirigente dell’Asl Giuseppe Gasparin a 3 anni e 6 mesi, e l’ex segretario del Pd di Piedimonte Matese Domenico Ferraiolo ad 8 anni e 6 mesi; Vincenzo Cangiano 8 anni e 6 mesi; Orlando Cesarini di Piedimonte Matese 8 anni e 6 mesi; Antonio Della Mura 2 anni e 6 mesi; Ida De Palma 3 mesi; Raffaele Donciglio 9 anni; Luigi Iannone 7 anni e 6 mesi; Giuseppe Porpora un anno e sei mesi; Rocco Ranfone 2 anni e 6 mesi; Domenico Silvano Ricciuti 6 mesi.
Secondo la ricostruzione della Procura antimafia, il gruppo criminale si era gradualmente infiltrato nel tessuto politico-amministrativo dell’ospedale, “trasformandosi in un complesso apparato in grado di gestire gli affidamenti dei lavori pubblici in assoluta autonomia, potendo contare sul potere derivante dalla preminente matrice mafiosa”. Ritenuto centrale dagli inquirenti il ruolo svolto da Elvira Zagaria, sorella del boss ed ex latitante Michele Zagaria. A seguito dell’arresto di tutti i membri maschi della famiglia e dopo la morte del marito Francesco Zagaria, negli ultimi due anni era toccato a lei, secondo gli inquirenti, il compito di gestire gli ingenti capitali illeciti derivanti dalle attività delle imprese del clan.
Un’organizzazione che, stando a quanto riscontrato dagli investigatori, sarebbe nata nel 2006 quando Francesco Zagaria, cognato dell’allora latitante Michele riuscì a far nominare un suo uomo di fiducia quale dirigente generale dell’ospedale Luigi Annunziata, poi deceduto. Da quel momento Francesco Zagaria avrebbe assunto (fino al suo decesso) il controllo dell’assegnazione dei lavori pubblici nell’ospedale, dando vita ad un cartello di imprese mafiose, ancora oggi operante. Centro nevralgico, secondo la Dda, delle attività criminali è stato ritenuto essere l’ufficio del dirigente dell’unità operativa complessa di Ingegneria ospedaliera, Bartolomeo Festa, in carica dal 1 gennaio 2006 anch’egli per volere di Francesco Zagaria. Quest’ultimo, coadiuvato da gran parte degli impiegati del suo ufficio, aveva il compito di truccare i bandi di gara e gli atti ad essi equipollenti, per favorire gli imprenditori del clan, i quali, a loro volta, periodicamente dovevano versare parte dei guadagni così ottenuti nelle mani degli Zagaria.

Gustavo Gentile


Articolo pubblicato il giorno 7 Novembre 2018 - 17:50

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